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 EXPOSITION A LILLEBONNE
 EXPOSITION A CLERMONT FERRAND
 EXPOSITION A VEVEY (SUISSE)
 EXPOSITION A RENNES
 Texte de Serena Effe publié par Nadir Magazine
 GALERIE ARNOLD BURKHARD A COLOGNE
 EN MUSIQUE
 POUR NOS AMIS GRECS
 EXPOSITION A LONDRES
 EXPOSITION 2009 / MAC Sao Saulo
 FESTIVAL ALFRED JARRY
 GALERIE CARLA SOZZANI
 CENTRE D'ART TECLA SALA
 QUIMPER
 PARU DANS EPSILON MAGAZINE D'ATHENES
EXPOSITION A LILLEBONNE
10 JUIN 2008
Au Centre Culturel JULIOBONA
De septembre à décembre 2008
EXPOSITION A CLERMONT FERRAND
10 juin 2008
Organisé dans le cadre du Festival "Nicéphore + 168"
par l'Association Sténopé

Du 4 au 19 octobre 2008
EXPOSITION A VEVEY (SUISSE)
10 JUIN 2008
Dans le cadre du Festival Images 08
Organisé par la Fondation Vevey Ville d'Images

EXPOSITION A L'EXTERIEUR : Place Grenette - 13 photographies de très grand format
EXPOSITION CLEMENT 30 photographies au format

Du 11 au 30 septembre 2008

EXPOSITION A RENNES
10 JUIN 2008
Exposition place de l'Hôtel de Ville à Rennes (40 panneaux de 1m16 x 1m74)
Organisée par la Ville de Rennes
du 5 septembre au 5 octobre 2008
Texte de Serena Effe publié par Nadir Magazine
mars 2008
GILBERT GARCIN. LE BIZZARRE AVVENTURE DEL "SIGNOR NESSUNO"La prima domanda che mi si è presentata alla mente una volta iniziato ad immaginare quest'articolo, è stata: sarà il caso di chiamare Gilbert Garcin "fotografo"? E' lecito presentare in questi termini un uomo che nella vita ha fatto tutt'altro, e che solo dopo il pensionamento ha iniziato a fotografare, raggiungendo contro ogni plausibile aspettativa la notorietà internazionale? Perché così è stato per Garcin, marsigliese classe 1929: una laurea in Economia, la direzione di una società di importazione di lampadari, moglie e figli come da copione; una vita riservata e tranquilla, quindi, illuminata d'un tratto dall'impellente bisogno di materializzare la propria visione ed esperienza di vita attraverso la creazione di "opere" condivisibili dal resto del consorzio umano, scegliendo, tra i tanti a disposizione, il mezzo fotografico.
Fotografo, dunque? Artista? Creativo? Semplice bricoleur? Alla fine, mi son detta, non ha la benché minima importanza: ciò che conta è che Garcin - e chissà quanti come lui - sia la prova lampante che la spinta creativa, quando arriva, non guarda in faccia età, curricula, milieux sociali o culturali; e il bello è che, nel caso in questione, e nonostante ci si trovi in ambito fotografico, creatività e voglia di comunicare, quando sono sincere e spassionate, sanno ancora farsi beffe di megapixel, sigle criptiche e avveniristici dispositivi. "Artisti" non si nasce, e neanche fotografi: quel che è indubbio è che non saranno certo le specifiche tecniche di una fotocamera a farcelo diventare. E la bizzarra storia di questo "Signor Nessuno" e del suo alter ego fotografico ci invitano a ribadirlo una volta di più.

"Galeotto fu il workshop e chi lo tenne", è proprio il caso di dirlo. A circa tre anni dal pensionamento, infatti, Garcin - che già da un po' era alla ricerca di un linguaggio fotografico a lui congeniale - prese parte ad un workshop tenuto nella cittadina di Arles dal fotografo francese Arnaud Claas, la cui produzione è accostabile alla poetica surrealista. Rimasto entusiasta delle potenzialità espressive offerte dal fotomontaggio e dall'assemblage fotografico, riconobbe in queste due tecniche ciò di cui andava cercando. In fotografia, c'è chi ragiona della vita e della morte ritraendo un fiore, un paesaggio, le linee di un'architettura, un'ombra, un volto; Garcin decise invece di rinunciare alla realtà esteriore per dar vita ad un mondo fittizio ed irreale, abitato da un unico personaggio, un "Signor Nessuno", senza nome e senza storia, in cui ogni osservatore potesse agevolmente riconoscersi: di età avanzata, abbigliato in maniera assolutamente neutra, privo di qualsiasi particolare che possa attirare l'attenzione, dall'atteggiamento dimesso, lievemente incurvato su se stesso, solitario e un po' assente, come fosse perennemente perso nei suoi pensieri e nelle sue melanconiche contemplazioni. Lo vediamo quasi sempre di spalle, le mani incrociate dietro la schiena, o intento in qualche improbabile e surreale occupazione: un eroe tragicomico a cui è affidato il compito di impersonare metafore, allegorie e paradossi circa quel "teatro dell'assurdo" che è l'esistenza umana. Come un moderno Ulisse, privatosi di ogni identità non per dar prova d'ingegno e di coraggio contro il ciclope Polifemo, ma per confrontarsi con complessi, inquietudini, insicurezze, aneliti, intimi terrori e ogni altra vertigine causata all'Uomo dall'ineludibile - e a suo modo comica - insensatezza della sua condizione.

Sono centinaia le immagini che compongono questa sorta di "biografia immaginaria" (ne trovate oltre trecento nella galleria del sito www.gilbert-garcin.com), create da Garcin con un procedimento che riconduce la fotografia alla sua condizione "artigianale", eminentemente manuale e, se si vuole, anche giocosa, in grado di "arrangiarsi" e di dar vita alle più disparate fantasie con l'utilizzo creativo di pochi mezzi essenziali, senza la necessaria presenza di un computer e annesso programma di fotoritocco (un concetto, questo, che Nadir cerca da sempre di veicolare: ne è un esempio la presenza della meritatamente celebre rubrica "L'Antro di Merlino" di Rino Giardiello. Demonizzare digitale, Photoshop e compagnia bella sarebbe uno sciocco anacronismo; ma ugualmente penalizzante è il credere che questi siano gli unici mezzi rimasti a disposizione per esprimersi fotograficamente).

Mediante l'allestimento di mini-scenografie, l'immagine fotografica - debitamente ritagliata - del nostro Uomo Qualunque viene di volta in volta ambientata contro sfondi realizzati con l'ausilio di materiali "di fortuna" quali sabbia, fili, sassi, banali oggetti quotidiani: modelli in scala ridotta di un mondo senza tempo né spazio riconoscibili, il più delle volte desolato e dall'atmosfera "lunare", rarefatto e spoglio come un sogno di cui il risveglio abbia fatto dimenticare i particolari inessenziali. Le foto, tutte in bianco e nero e rigorosamente composte, sono caratterizzate da un'efficacissima capacità di sintesi prossima al minimalismo, e frequenti sono gli effetti di estremo grafismo, specialmente in quelle numerose immagini in cui ricorrono matasse di fili ingarbugliati, ingenua ma efficace metafora dell'inestricabile mistero della vita, di fronte al quale non siamo altro che minuscoli e goffi esserini intenti a cercare di conquistare il fantomatico bandolo (candidamente persuasi, nonostante tutto, della sua esistenza); i titoli svolgono un ruolo fondamentale nell'interpretazione, aiutandoci a venire a capo dei raffinati enigmi e "rebus visivi" che Garcin confeziona col suo visionario "taglia e cuci" fotografico.

Ecco allora che ne Lo specchio del cielo, per esempio, l'anelito frustrato verso un'improbabile libertà si concretizza in un'immagine che lo vede passeggiare con un lembo di cielo sotto al braccio; ne La vita, visione d'insieme l'angoscia del tempo che sfugge è resa attraverso la riduzione dell'intera esistenza di un uomo ad un metodico, ragionieristico cancellare con un perentorio tratto nero gli anni passati su di una asettica superficie bianca; frequente anche il tema del "limite", della paura o dell'impossibilità di valicarlo, come in Non andremo oltre, in cui una semplice e, volendo, facilmente scavalcabile staccionata nera, stagliata su un terreno immacolato, simboleggia la frustrante limitatezza dell'essere umano a fronte dell'infinito e dell'ignoto, qui rappresentato da un'insondabile oscurità che occupa i due terzi del fotogramma; ne La ruota lo vediamo arrancare entro gli ingranaggi di una grossa ruota arrugginita, come un criceto in giacca e cravatta destinato a non arrivare mai in nessun luogo; ne Il Mulino dell'Oblio, invece, eccolo trascinare in cerchio una sorta di grossa cimosa che, implacabilmente, cancella ogni traccia dei suo passi. E le "problematiche esistenziali" affrontate sono innumerevoli altre, tutte rese con fantasia ed arguzia: dall'incomunicabilità e l'isolamento dell'individuo al mistero della morte, dalla caparbia incoscienza di ogni speranza o ideale al difficile rapporto con gli altri e finanche con la nostra stessa identità, dall'insensatezza di ogni azione umana al disorientamento e al senso di inadeguatezza che ci guidano nel nostro più o meno impacciato brancolare quotidiano. Pessimismo? Assolutamente no. Pungente ironia, vista acuta e disincantato realismo, piuttosto.

I riferimenti "colti" e le analogie culturali, che suggeriscono ulteriori e stimolanti livelli di lettura della sua opera, sono spesso lampanti e perlopiù ascrivibili al contesto francese.
Immediato è l'accostamento con le oniriche visioni del Surrealismo: non quello allucinato e contorto di un Dalì, quanto quello, lucidissimo - e per questo ancor più spiazzante -, di un Magritte. E non è raro che Garcin crei dei veri e propri d'après (reinterpretazioni, più o meno fedeli all'originale, di celebri opere d'arte), attingendo alla storia dell'arte nella sua totalità, chiaramente intesa in quanto inesauribile fonte di utopiche, dolcissime consolazioni: dal romanticismo sublime di Caspar-David Friedrich, alla levità di Paul Klee, fino all'espressionismo astratto di Franz Kline; frequente, inoltre, il ricorso all'artificio compositivo del "quadro nel quadro" (o della "foto nella foto"), attraverso cui Garcin enfatizza l'immaginosa illusorietà delle sue messinscena.
In ambito cinematografico, è stata individuata un'affinità col regista Jacques Tati, per la leggerezza svagata e lo humor venato di malinconica poesia con cui i due riescono ad affrontare le tematiche più "scomode" per mezzo di goffi e grotteschi anti-eroi (nel caso di Tati il compito è affidato allo spaesato Monsieur Hulot).
I riferimenti letterari, poi, si sprecano, e ancora una volta sono i titoli che ci agevolano nell'orientamento.
Garcin, per dirne una, adotta toni da satira - ma della più delicata e sottile - grazie al rimando palese al Candide del filosofo illuminista Voltaire nella foto Coltivare il proprio giardino, in cui il grande fiore sbocciato su quell'arido e desolato terreno ricorda tanto il Baobab del Piccolo Principe.
Altrove, invece, pesca a piene mani nell'Esistenzialismo di un Camus o di un Sartre: la foto intitolata L'Inferno sono gli altri, per dirne una, prende in prestito una famosa frase contenuta nel dramma teatrale A porte chiuse di Jean-Paul Sartre per parlare delle difficoltà relazionali che ci affliggono e del timore paralizzante del giudizio altrui. O, ancora: "Bisogna immaginare Sisifo felice" è, oltre che il titolo di una foto di Garcin, soprattutto l'inattesa esortazione che conclude il saggio Il mito di Sisifo di Albert Camus (a mio avviso un capolavoro; quantomeno un buon pendant alla scoperta delle immagini di Garcin).
Il personaggio mitologico di Sisifo si presta assai bene ad essere adottato come simbolo dell'insensato paradosso dell'esistenza umana a causa del suo celebre supplizio, che consisteva nel dover spingere in eterno su un monte un pesante macigno, che, una volta raggiunta la vetta, rotolava di nuovo a valle, rendendo vana ogni sua fatica.

Nell'impossibilità di trovare un senso ad una così impietosa e inconcludente condanna, non rimane che una cosa da fare: immaginarlo nonostante tutto felice, pur nella sua eterna pena. Al posto di Sisifo, nell'immagine di Garcin troviamo il nostro Signor Nessuno avvolto nel suo pesante cappotto nero, probabilmente un po' ansimante e bofonchiante per il fastidio della salita, e che, chissà perché, ci ispira un'istintiva simpatia: inutile dire che l'intento è quello di rappresentarci, uno per uno, con o senza il nostro "consenso informato".

E' così che Gilbert Garcin, dall'alto dei suoi quasi ottant'anni, sorride di sé e degli uomini nel momento stesso in cui, con impietose arguzia ed ironia, ne mette in scena le più misere debolezze; che, anche se potenzialmente drammatiche, costituiscono pur sempre l'essenza - croce e delizia - del nostro essere umani.

Serena Effe © 09/2007
GALERIE ARNOLD BURKHARD A COLOGNE
Cette galerie qui me représente en Allemangne propose un nouveau site Internet où vous trouverez les images et des informations sur photographes digne d'intérêt.

http://www.infocusgalerie.com/en/home/index.php

EN MUSIQUE

http://video.google.fr/videosearch?hl=fr&q=%22gilbert+garcin%22&um=1&ie=UTF-8&sa=N&tab=wv

POUR NOS AMIS GRECS
Όλα μπορούν να συμβούν.


Αφαιρετική αισθητική και βαθύς φιλοσοφικός στοχασμός αιχμαλωτίζεται καρέ- καρέ στο κλείστρο του Γκιλμπέρτ Γκαρσέν. Η όψιμη ενασχόλησή του με την Τέχνη πυροδότησε τις φωτογραφίες του με ακόμη περισσότερο πάθος, ένταση, αλλά ταυτόχρονα και φινέτσα. Αρετές που καθιέρωσαν το έργο του στον κόσμο της Τέχνης.



Μασσαλία. Ένας κύριος τυλιγμένος στο γκρι, σχεδόν άχρωμο πιά παλτό του ανεβαίνει στην ταράτσα του διαμερίσματός του. Λουσμένος απ’ το μεσογειακό φως στέκεται ακίνητος. Από μακριά φαίνεται ουδέτερος, καθημερινός. Μέχρι να αρχίσει να ισορροπεί στο ένα πόδι, να κλειδώνει το σώμα του σε ακροβατικές στάσεις και μετά πάλι να κάθεται σε μια καρέκλα ή να ατενίζει τον ορίζοντα άκαμπτος σαν ήρωας αρχαίας τραγωδίας. Και όλα αυτά υπό τα αδιάλειπτα «κλικ» της φωτογραφικής μηχανής του που αποθανατίζουν κάθε έκφραση, κάθε κίνηση του. Τι κι αν οι γείτονες μένουν άλαλοι; Για τον Γκιλμπέρτ Γκαρσέν η ταράτσα γίνεται ο καμβάς της Τέχνης του.

Στο ατελιέ του, ο Γκαρσέν θα κόψει το πορτρέτο που τράβηξε στην ταράτσα, θα το στερεώσει πάνω σε ένα τραπέζι καλλυμένο με άμμο και εν συνεχεία με τη βοήθεια ενός προτζέκτορα θα "οικοδομήσει" το τοπίο που θα περιβάλλει τον ήρωα και θα φωτογραφίσει ξανά. Το αποτέλεσμα εντυπωσιακό. Ξαφνικά, ο ήρωας θα βρεθεί να στέκεται ξυπόλητος, περικυκλωμένος από κενά ζευγάρια παπουτσιών στη φωτογραφία στο Άουσβιτς, στο έργο του με τίτλο "Ο Μάρτυρας". Θα σταθεί στο χείλος ενός σκοτεινού κτιρίου αντικρίζοντας από το βάθος να έρχεται επιτέλους το φως. Πάνω σε μια σχεδία θα κωπηλατήσει προς το Ακρωτήρι της Καλής Ελπίδας. Θα αντικρίσει την υπερμεγέθη ταυτότητά του, αλλά και την Μόνα Λίζα. Θα ανεβάσει το κουρτινάκι του παραθύρου του για να δει τον εαυτό του να απομακρύνεται στο έργο που τιτλοφορείται «Το Τέλος»...

Η αφαιρετική αισθητική των εικόνων του και η επιλογή της ασπρόμαυρης προσέγγισης πυροδοτούν μια υπόκωφη ένταση στο πολυεπίπεδο έργο του. Ντυμένη με χιούμορ και διάθεση αυτοσαρκασμού η εικόνα προσελκύει τον θεατή. Που όλο πλησιάζει. Έπειτα έρχεται η αμφισημία, όπως για παράδειγμα στο διάσημο έργο του «Η Τάξη του κόσμου» όπου δεν μπορείς να καταλήξεις αν ο ήρωας φέρνει την τάξη ισιώνοντας τις λωρίδες στο έδαφος ή αν αντίθετα τις ταράζει. Πέπλο- πέπλο «ξεφλουδίζονται» τα έργα του μέχρι να προσεγγίσεις τον πυρήνα τους και να έρθεις ενώπιον των πιο αγωνιωδών υπαρξιακών ερωτημάτων. Ο Χρόνος, η Δικαιοσύνη, η Επιλογή, το Βάρος, η Επίγνωση των ανθρώπινων δυνατοτήτων, η Ματαιότητα, η Γνώση, η Επικοινωνία, η Ταυτότητα είναι θέματα που επανέρχονται ξανά και ξανά. Καλλιτεχνικές εμμονές; «Έχω τις ίδιες εμμονές που έχουν όλοι οι άνθρωποι των 78 ετών» μας απαντά αφοπλιστικά ο Γκαρσέν.

Ουσιαστικά, κάθε έργο του αποτελεί φιλοσοφική τοποθέτηση "μεταφρασμένη" σε εικόνα. Η μεταφορική τους χροιά και το φιλοσοφικό υπόβαθρο των φωτογραφιών του έλκουν τους καλλιτεχνικούς διευθυντές που συχνά χρησιμοποιούν έργα του Γκαρσέν για να εικονογραφήσουν άρθρα της Monde Diplomatique, όπως και βιβλία φιλοσόφων.

Η τοποθέτηση του καλλιτέχνη σε κάθε ερώτημα που θέτει στον εαυτό του είναι τόσο προσωπική που τελικά γίνεται συλλογική. Η ταύτιση του θεατή είναι αναπόφευκτη. Γι’ αυτό και ο Πρωταγωνιστής στις φωτογραφίες, που δεν είναι άλλος από τον ίδιο τον καλλιτέχνη, επιλέχθηκε συνειδητά να μοιάζει τόσο άτονος, έτσι ώστε ο καθένας να μπορεί να προβάλει τον εαυτό του πάνω του, να μπορεί να «μπει στην θέση του», να γίνει τελικά ο ίδιος ήρωας του έργου.

«Εγώ είμαι ένας απλός ηθοποιός, όπως στις κινηματογραφικές ταινίες ή στο θέατρο. Τον χαρακτήρα θα μπορούσε να υποδυθεί κάποιος άλλος (αυτό όμως δεν θα ήταν τόσο πρακτικό για μένα!). Βέβαια, μπορεί κάποιος από καιρό εις καιρόν να βρει στο έργο μου και κάποιες αναφορές αυτοβιογραφικές» δηλώνει στο «Ε» ο Γκίλμπερτ Γκαρσέν. Έχει άραγε εκπλαγεί από την επιλογή κάποιου συλλέκτη; Από κάποια παράδοξη ταύτιση; «Ποτέ δεν εκπλήσσομαι από τις επιλογές των συλλεκτών. Η επιλογή τους βασίζεται στον τρόπο που επιλέγει να ταυτιστεί ο καθένας. Πρόσφατα μάλιστα, στην έκθεση “Paris-Photo” ένας συλλέκτης που επέλεξε 4 εικόνες γυρίζει και λέει στην σύζυγό του: «αυτές οι 4 εικόνες είναι η τέλεια απεικόνιση του ευατού μου». Εκείνη δεν απάντησε!»

Στις φωτογραφίες του, ο Γκαρσέν δεν είναι μόνο ηθοποιός, είναι σεναριογράφος και σκηνοθέτης μαζί. Επιρροή ίσως από τα παιδικά του χρόνια, τότε που παρακολουθούσε αχόρταγα ταινίες στον κινηματογράφο των αδερφών Λουμιέρ. Με σπουδές στη Διοίκηση Επιχειρήσεων ο Γκαρσέν παρέκκλινε αρχικά της Τέχνης. Ίσως και όχι. Η “Artel-Luminaires”, η εταιρία που ίδρυσε και διατήρησε για χρόνια ήταν η πρώτη που εξειδικεύτηκε στη δημιουργία φωτιστικών και στην εισαγωγή ιδιαίτερων κομματιών που να ενσωματώνονται αρμονικά στην αισθητική και το στιλ κάθε χώρου.

Με την συνταξιοδότησή του, σε ηλικία 65 ετών, ένα νέο κεφάλαιο ανοίγει στη ζωή του: η Φωτογραφία. «Σε εβδομήντα χρόνια έχει συλλέξει κανείς δεκάδες χιλιάδες αναμνήσεις, έχει κατά κάποιον τρόπο μια σοφίτα μες το μυαλό του. Στοιβαγμένα πράγματα που ξαφνικά αναδύονται και πάλι» έχει δηλώσει στο παρελθόν ο καλλιτέχνης.

Σε έναν τοπικό διαγωνισμό κερδίζει το έπαθλο, την εβδομαδιαία μαθητεία δίπλα στον Πασκάλ Ντολεμιέ. Εκείνος θα τον μυήσει στα μυστικά του φωτογραφικού μοντάζ. Μέσα σε τρία χρόνια (1990-1993) ο Γκαρσέν δημιουργεί πάνω από είκοσι έργα. Το 1998 στο “Braga”, ένα σημαντικό καλλιτεχνικό γεγονός στην Πορτογαλία η Τέχνη του Γκαρσέν αρχίζει πλέον να αναγνωρίζεται: ένα από τα έργα του θα επιλεχθεί ως εξώφυλλο της έκθεσης, ενώ το μουσείο που φιλοξενούσε την έκθεση θα αγοράσει και κάποιες από τις φωτογραφίες του για την συλλογή του! Έκτοτε, τα έργα του συμμετέχουν στα σπουδαιότερα καλλιτεχνικά δρώμενα της πατρίδας του, όπως και του εξωτερικού. Τελικά, ο Γκαρσέν, ως άλλος Σίσσυφος -ένα από τα αγαπημένα του θέματα εξάλλου- δεν μπορεί, παρά να συμφωνεί με τον Καμύ που προτείνει να σκεφτόμαστε τον ήρωα της μυθολογίας χαρούμενο, γιατί παρά την δίχως τέλος εργασία του αψηφά τον θάνατο απολαμβάνοντας την ζωή του στο έπακρο.


*Το Βιβλίο του Gilbert Garcin "Tout peut arriver" κυκλοφορεί από τις εκδόσεις Filiganes (www.filigranes.com)


Κείμενο απ' τη Μελίνα Σιδηροπούλου
Εκδιδόμενο απ' τον Epsilon Magazine of Kyriakatiki Eleftherotypia

EXPOSITION A LONDRES
Exposition chez la Galerie Hoopers
15 Clerkenwell
Londres

du 4 avril au 23 mai 2008

http://www.hoopersgallery.co.uk/

EXPOSITION 2009 / MAC Sao Saulo
Au Musée d’Art Contemporainde Sao Paulo (Brésil) participation à l’exposition « Un monde sans mesure » à l’occasion de l’ Année de la France. (Commissaire d’exposition Valérie Marchi). Cette exposition sera présentée ensuite à Brasilia et Porto Alegre et reviendra en Europe en 2010 au Musée Fesch d’Ajaccio


FESTIVAL ALFRED JARRY
Exposition lors du Festival du 100me anniversaire d'Alfred
Jarry à Saint-Brieuc - Organisé par l'ODDC des Côtes d'Armor
 
GALERIE CARLA SOZZANI
Exposition « Allegoria au « 10 corso Como » à Milan (Italie)  
CENTRE D'ART TECLA SALA
Exposition au Centre d' Art Tecla Sala à Barcelone (Barcelone)
Commissaire d'exposition : Toni Perna
Avec la collaboration de la galerie Kowasa
 
QUIMPER
2006
Festival Mai Photographie de Quimper

Organisé par l’Association Aktinos présidée par Frédérique Aguillon (avec Dieter Appelt, Arno Minkkinen…) à la Mairie de Quimper er sous les arcades du Musée Breton

 
PARU DANS EPSILON MAGAZINE D'ATHENES
11 février 2008




C’est une esthétique abstraite et une réflexion philosophique profonde que capture l’appareil de Gilbert Garcin. Son activité artistique tardive l’a conduit à photographier avec encore plus de passion, d’intensité mais également de finesse. Des qualités qui ont imposé son œuvre dans le monde de l’Art.
Marseille. Un homme vêtu d’un pardessus gris, devenu presque incolore, monte sur la terrasse de son appartement. Baigné par la lumière méditerranéenne, il se tient immobile. Vu de loin, il paraît neutre, banal. Jusqu’à ce qu’il commence à se mettre en équilibre sur un pied, à donner à son corps des positions acrobatiques, à s’asseoir ensuite sur une chaise ou à contempler l’horizon, aussi rigide qu’un héros de tragédie antique. Et tout cela sous les « clics » incessants de son appareil photo, qui immortalisent chacune de ses expressions, chacun de ses mouvements. Même si cela rend les voisins muets d’étonnement. Pour Gilbert Garcin, la terrasse devient le canevas de son Art.
Dans son atelier, Garcin va découper le portrait qu’il a tiré sur la terrasse, le fixer sur une table couverte de sable puis « construire » à l’aide d’un projecteur le paysage qui va servir de cadre au héros, et le re-photographier. Le résultat est impressionnant. Soudain, le héros va se trouver debout, pieds nus, entouré de paires de chaussures vides dans la photographie à Auschwitz, dans son œuvre intitulée « Le Témoin ». Il se tiendra sur le seuil d’un bâtiment sombre, regardant la lumière venant du fond de celui-ci. Il va ramer sur un radeau vers le Cap de Bonne-Espérance. Il va se trouver face à sa carte d’identité surdimensionnée, mais aussi face à Mona Lisa. Dans son œuvre intitulée « La Fin », il va écarter le petit rideau de sa fenêtre pour se regarder lui-même, s’éloignant…
L’esthétique abstraite de ses images et le choix d’une approche en noir et blanc permettent à son œuvre multi-facette de capturer une tension sourde. Habillée d’humour et d’une attitude d’auto-dérision, l’image attire le spectateur. Qui s’approche tout près. Vient ensuite l’ambiguïté, comme par exemple dans son œuvre célèbre « L’Ordre du Monde » où l’on ne peut comprendre si le héros amène de l’ordre en démêlant des lanières au sol, ou si au contraire il les mélange. On peut « effeuiller » progressivement ses œuvres jusqu’à approcher leur noyau et parvenir aux questions existentielles les plus cruciales. Le Temps, la Sagesse, le Choix, la Pesanteur, la Conscience des possibilités des humains, la Vanité, la Connaissance, la Communication, l’Identité sont des thèmes qui reviennent encore et encore. Une persévérance artistique ? « J’ai la même persévérance que toutes les personnes de 78 ans » nous répond Garcin de façon désarmante.
Pour l’essentiel, chacune de ses œuvres constitue une prise de position philosophique traduite en image. La nuance métaphorique et le socle philosophique de ses photographies attirent les directeurs artistiques qui utilisent souvent les œuvres de Garcin pour illustrer des articles du Monde Diplomatique tout comme des livres de philosophes.
La prise de position de l’artiste dans chaque interrogation qu’il se pose à lui-même est si personnelle qu’elle en devient finalement collective. L’identification du spectateur est inévitable. C’est pourquoi l’Acteur qui apparaît dans les photographies, et qui n’est autre que l’artiste lui-même, a été volontairement choisi peu expressif, de façon à ce que chacun puisse se projeter dans ce personnage, puisse « se mettre à sa place » et devenir lui-même, finalement, le héros de l’œuvre.
« Moi je suis un simple comédien, comme dans les films de cinéma ou comme au théâtre. N’importe qui d’autre pourrait jouer ce personnage (mais ce ne serait pas aussi pratique pour moi !). Bien sûr, on peut de temps en temps trouver dans mon œuvre quelques allusions auto-biographiques. » déclare Gilbert Garcin à Eleftherotypia. S’étonne-t-il du choix de certains collectionneurs ? D’étranges identifications ? « Je ne m’étonne jamais des choix des collectionneurs. Leur choix se base sur la façon dont chacun choisit de s’identifier. Récemment, à l’exposition Paris-Photo, un collectionneur qui avait choisi 4 photos s’est tourné vers sa compagne pour lui dire : « Ces 4 photos sont la parfaite représentation de moi-même ». Elle n’ a pas répondu ! »
Dans ses photographies, Garcin n’est pas seulement comédien, il est également scénariste et metteur en scène. Peut-être une influence de ses années d’enfance, époque où il assistait avec gourmandise à des films projetés dans la salle de cinéma des frères Lumière. Avec des études en Administration d’Entreprise, Garcin s’est initialement écarté de l’Art. Mais peut-être pas. Artel-Luminaires, la société qu’il a fondée et dirigée pendant des années, était la première dans laquelle il s’est spécialisé dans la création d’appareils d’éclairage et dans l’importation de pièces spécifiques destinées à être intégrées harmonieusement à l’esthétique et au style de chaque lieu.
Quand il a pris sa retraite, à l’âge de 65 ans, un nouveau chapitre de sa vie s’est ouvert : la Photographie. « En 70 ans, on a rassemblé des dizaines de milliers de souvenirs, on a en quelque sorte un vrai grenier dans la tête. Des choses empilées qui soudain refont surface », comme l’artiste l’a déclaré dans le passé.
Dans un concours local, il remporte le prix, un stage d’une semaine auprès de Pascal Dolomieu. Celui-ci va l’initier aux mystères du montage photographique. En 3 années (1990-1993), Garcin produit plus de vingt œuvres. En 1998, à Braga, important événement artistique au Portugal, l’Art de Garcin commence à être vraiment reconnu : l’une de ses œuvres va être sélectionnée comme couverture de l’exposition, tandis que le musée qui accueillait l’exposition va aussi acheter certaines de ses photographies pour son association ! Depuis lors, ses œuvres sont présentes dans les événements artistiques parmi les plus importants de son pays, ainsi qu’à l’étranger. Enfin, Garcin, autre Sisyphe – un des thèmes qui lui sont chers, parmi d’autres – ne peut qu’être d’accord avec Camus lorsque celui-ci suggère que nous imaginions Sisyphe heureux, lui qui, malgré le caractère infini de sa tâche, brave la mort en savourant la vie à l’extrême.

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Texte de Melina Sidiropoulou
Publié par Epsilon Magazine of Kyriakatiki Eleftherotypia